"quasi mi sembra di scorgere in te sintomi di vita..quando mi parli mi sembra che tu esista..potrei gioire per questa mia scoperta..solo che forse la cosa non mi basta"
tratto da:
LA TEORIA E LA PRATICA
DEL COLLETTIVISMO
OLIGARCHICO
di
Emmanuel Goldstein
CAPITOLO III
LA GUERRA È PACE
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Lo scopo principale della guerra moderna (secondo i princìpi del bispensiero, questo scopo è simultaneamente riconosciuto e negato dalle menti dirigenti del Partito Interno) è di consumare i prodotti della macchina senza migliorare il generale livello di vita. Fin dalla fine del diciannovesimo secolo, il problema di quel che si dovesse e potesse fare con le eccedenze dei beni di consumo è stato latente nella società industriale. Al momento presente, quando cioè solo pochi fortunati esseri umani hanno abbastanza da mangiare, tale problema non è più urgente, e avrebbe anche potuto non diventarlo, pur se non fosse stato messo in opera alcun processo di distruzione artificiale. Il mondo d'oggi è un luogo nudo, affamato, dilapidato, se si paragona al mondo che esisteva prima del 1914, e anche di più se si paragona all'immaginario futuro al quale cercava di dar corpo l'uomo medio di quel periodo. Nella prima parte del ventesimo secolo, la visione d'una società futura incredibilmente ricca, tranquilla, ordinata ed efficiente (un mondo splendente di vetro, d'acciaio e di candido cemento) faceva parte del bagaglio ideale di qualsiasi persona che non fosse analfabeta. La scienza e la tecnica progredivano con tale velocità, rinnovandosi continuamente, che pareva naturale pensare che si sarebbero sempre più sviluppate. Ma ciò non accadde, in parte per l'impoverimento seguito alla lunga serie di guerre e di rivoluzioni, e in parte perché il progresso scientifico e tecnico dipende soprattutto da un abito mentale proclive alla speculazione che non può sopravvivere in una società rigidamente irreggimentata. Nelle linee generali, il mondo di oggi è a uno stadio assai più primitivo di quanto non fosse, mettiamo, cinquanta anni fa. Certe aree che erano arretrate sono avanzate, e numerosi tipi di espedienti, ma sempre connessi in qualche modo con la guerra e con lo spionaggio poliziesco, si sono sviluppati, ma gli esperimenti e le invenzioni si sono in gran parte arrestati e i disastri provocati dalla guerra atomica dal '50 al '60 non sono mai stati completamente riparati. Tuttavia i pericoli inerenti alla macchina sono ancora insiti in essa. Dal momento in cui la macchina fece la sua prima comparsa, fu chiaroper tutte le persone ragionevoli, che il bisogno della schiavitù umana e quindi, per lo meno in vasta misura, dell'ineguaglianza fra uomo e uomo, era scomparso. Se la macchina fosse stata adoperata deliberatamente solo per questo scopo, non ci sarebbe stato dubbio che la fame, l'eccesso di lavoro, la sporcizia, l'analfabetismo e le malattie sarebbero stati eliminati in poche generazioni. Infatti senza essere usata deliberatamente per nessuno di questi scopi, bensì per un procedimento automatico (col produrre, cioè, una sorta di ricchezza che si rendeva impossibile non distribuire) la macchina aveva alzato il livello di vita dell'uomo medio in modo notevole, durante un periodo di circa cinquant’anni, fra la fine del secolo decimonono e il principio del ventesimo. Ma fu anche chiaro che un generale accrescimento della ricchezza avrebbe minacciato la distruzione (e davvero, in certi casi, si trattò di distruzione) di una società organizzata per gerarchie. In un mondo in cui ognuno avrebbe lavorato soltanto poche ore al giorno, avrebbe avuto abbastanza da vivere, sarebbe vissuto in appartamenti con bagno e frigidaire, e avrebbe avuto l'automobile e perfino, talvolta, l'aeroplano, la più ovvia e forse la più importante forma di disuguaglianza sarebbe scomparsa. Una volta divenuta generale, la ricchezza non avrebbe più potuto costituire un segno di distinzione. Era possibile, senza dubbio, immaginare una società in cui la ricchezza, nel senso del possesso personale e del lusso, fosse equamente distribuita, mentre il potere restava appannaggio di una piccola casta privilegiata. Ma in pratica una società simile non avrebbe potuto durare stabilmente. Poiché se la tranquillità e la sicurezza fossero state godute da tutti nello stesso modo, la maggior parte degli esseri umani che sono di solito intorpiditi dalla povertà avrebbe appreso, invece, a leggere e a scrivere e, quel che è più importante, a pensare col proprio cervello; e una volta che fossero arrivati a far questo, non avrebbero tardato, prima o poi, a capire che la minoranza privilegiata non aveva alcuna reale funzione e avrebbero fatto in modo di scalzarla. Alla lunga, una società organizzata su basi gerarchiche era possibile soltanto sul fondamento della povertà e dell'ignoranza. Il ritorno al passato agricolo, che costituì pure il sogno di alcuni pensatori all'inizio del secolo ventesimo, non era una soluzione che consentisse un effettivo sfruttamento pratico. Era in aperto conflitto con la tendenza, per contro, alla meccanizzazione, che era divenuta una specie di istinto in quasi tutto il mondo, e, quel che più conta, ogni paese che fosse rimasto industrialmente arretrato, si trovava più debole anche nell'efficienza militare ed era soggetto a cadere sotto il dominio, diretto o indiretto, dei suoi rivali più progrediti. Né era una soluzione soddisfacente quella di tenere le masse in stato di povertà col ridurre la produzione dei beni: ciò fu tentato, soprattutto, durante la fase finale del capitalismo, e cioè, press’a poco, fra il 1920 e il 1940. L'economia di parecchi paesi fu costretta a segnare il passo, in alcune terre si smise di coltivare, i capitali non furono accresciuti, grandi strati di popolazioni furono tenuti lontano dal lavoro e mantenuti malamente in vita dalla carità dello Stato. Ma questo portò seco anche la decadenza militare, e poiché le privazioni che ne erano il risultato costituivano, agli occhi di tutti, un male non necessario, l'opposizione divenne inevitabile. Il problema parve risolversi col mantenere in moto le ruote dell'industria senza tuttavia che si accrescesse la reale ricchezza del mondo. I beni dovevano essere prodotti, ma non dovevano essere distribuiti. Ed in pratica, l'unico modo per raggiungere quel risultato era di mantenersi perpetuamente in guerra. L'atto essenziale della guerra non consisteva tanto nella distruzione di vite umane quanto nella distruzione dei prodotti del lavoro umano. La guerra è, essenzialmente, un modo di fare a pezzi, di dissolvere nella stratosfera, ovvero di sprofondare negli abissi del mare, quei materiali che altrimenti si sarebbero potuti usare per render più comoda la vita delle masse, e quindi, a lungo andare, renderle anche più intelligenti. Quando le armi per la guerra non vengono propriamente distrutte le une dalle altre, la produzione delle stesse costituisce anch'essa un modo assai conveniente di spendere l'energia senza produrre nulla che possa essere consumato. Una Fortezza Galleggiante, per esempio, racchiude in sé la somma di energie che occorrerebbe a costruire numerose centinaia di navi da carico. Quando poi cade in pezzi ovvero diviene superata, dal momento che non ha potuto portare nessun beneficio a chicchessia, con un nuovo formidabile dispendio di energie si passa a costruire una seconda Fortezza Galleggiante. Come principio, gli sforzi di guerra sono sempre progettati in modo da consumare tutte le eccedenze che possono restare dopo che si è venuti incontro ai bisogni indispensabili della popolazione. In realtà i bisogni della popolazione sono sempre stimati a un livello minore di quello che in realtà rappresentano, col risultato che sussiste una penuria cronica di metà almeno delle prime necessità della vita: ma tutto questo viene considerato, naturalmente, come un vantaggio. Ed è anche un calcolo deliberato in quel procurare che i gruppi favoriti restino in qualche modo sufficientemente vicini al margine della miseria, dal momento che uno stato generale di povertà aumenta e anzi sottolinea, per contrasto, l'importanza dei piccoli privilegi e così rende anche più marcata la distanza fra un gruppo e l'altro. Secondo il livello medio dei primi anni del secolo ventesimo, bisogna dire che anche un membro del Partito Interno ha un tenore di vita sufficientemente austero e laborioso. E tuttavia, quei pochi lussi ch'egli si gode (come per esempio gli appartamenti più grandi del normale e bene ammobiliati, stoffe migliori per gli abiti, migliore qualità di cibo, di bevande e di tabacco, due o tre servitori, automobile o elicottero) lo pongono in una sfera diversa da quella d'un membro del Partito Esterno, e i membri del Partito Esterno hanno press'a poco gli stessi vantaggi ove siano messi a confronto con le masse di gente che si conviene di chiamare prolet. L'atmosfera sociale è quella di una città assediata, in cui il possesso d'un pezzo di carne di cavallo fa tutta la differenza fra la povertà e la ricchezza. E nello stesso tempo la consapevolezza d'essere in stato di guerra, e quindi del continuo pericolo che da essa deriva, fa parere del tutto naturale quel rimettere il potere in mano a una casta minore, e come una inevitabile condizione per sopravvivere. La guerra, come si vede, non solo viene incontro al bisogno di distruzione necessaria, ma si raffigura anche in una forma psicologicamente accettabile. Come principio, sarebbe altrettanto semplice, per tenere occupate e quindi disperdere le eccedenze di mano d'opera del mondo, costruire templi e piramidi, far buche nel terreno e poi riempirle di nuovo, o anche semplicemente produrre vaste quantità di beni, e poi distruggerle appiccando incendi. Ma tutto questo servirebbe soltanto ai bisogni economici e non a quelli psicologici d'una società gerarchica.
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La guerra, quindi, se giudichiamo dall'esperienza delle guerre passate, non è se non una impostura. È come quei combattimenti fra certi animali appartenenti alla specie dei ruminanti, e le cui corna crescono secondo determinati angoli tali da impedire che essi possano effettivamente ferirsi l'un l'altro. Ma sebbene irreale, non per questo è destituita di significato. Sfrutta in modo totale le eccedenze dei beni di consumo, ed aiuta, nel contempo, a conservare quella particolare atmosfera mentale che si richiede a una società organizzata gerarchicamente. La guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna. Nel passato, le classi dirigenti di tutti i paesi, pur se potevano conoscere quel che di comune c'era negli interessi delle parti contendenti, e quindi limitare la potenza distruggitrice della guerra, si combattevano a vicenda, e il vincitore immancabilmente spogliava il vinto. Oggigiorno non ci si combatte più a vicenda, non ci si combatte affatto. La guerra viene mossa dalle classi dirigenti contro i propri seguaci e l'oggetto della guerra non è quello prevenire o di fare conquiste territoriali, bensì quello di mantenere intatta la struttura della società. E quindi la stessa parola guerra è divenuta equivoca. Sarebbe probabilmente esatto dire che, una volta divenuta continua, senza più interruzione, la guerra ha cessato propriamente di esistere. Quella sua particolare funzione stimolante che aveva esercitato sull'uomo tra l'Età Neolitica e i primi decenni del secolo ventesimo, è del tutto scomparsa ed ha ceduto il posto a qualcosa di completamente diverso. L'effetto sarebbe lo stesso anche i tre superstati, invece di combattersi l'un l'altro, si accordassero per vivere in perpetua pace e restare ciascuno inviolato nei propri confini. Poiché in tal modo ognuno potrebbe essere un universo bastevole a se stesso, liberato per sempre da ogni influenza che provenga dal pericolo esterno. Una pace che fosse davvero permanente sarebbe in tutto identica a una guerra, appunto, permanente. Questo (sebbene la gran maggioranza dei membri del Partito se ne renda conto in modo del tutto superficiale) è il vero significato dello slogan del Partito: La guerra è pace.
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